Alessandro Speziali

Lettera aperta a (certi) media

10 gennaio 2026

Non ci sono parole in grado di riparare ciò che si è rotto a Crans-Montana nella notte di Capodanno. È una tragedia immane, tra le più gravi della nostra Storia, che ha spezzato famiglie, amicizie, promesse. A essere colpito non è stato solo un Comune o un Cantone: il lutto è stato davvero nazionale, perché la Svizzera è un mosaico di differenze che, ogni giorno, si riconosce come un’unica comunità. In ognuno di noi c’è un pezzo di Vallese – un legame familiare, un’amicizia, qualche giorno di servizio militare, il ricordo di un’uscita sugli sci o il profumo di un bicchiere di Petite Arvine.

Di fronte a un orrore di questa portata, è naturale pretendere giustizia e verità: ed è qui che le parole, che non possono riparare, vanno usate con la massima prudenza – per evitare che si trasformino in uno strumento in grado di infliggere ulteriore danno. Quel che ci hanno mostrato in questi giorni molti quotidiani e talk show, però, è stato voyeurismo travestito da giornalismo d’inchiesta.

Pretendere giustizia è doveroso: non lo è invocarla accusando un Paese intero e avviando processi sommari. Tutti vogliamo sapere cosa sia successo, dove siano state le falle, chi abbia sbagliato e come; tutti vogliamo che le responsabilità vengano accertate e che le pene siano esemplari. Tutti vogliamo che un disastro del genere non si ripeta. Ma è proprio in situazioni estreme come questa che dobbiamo, con la massima svizzeritudine, difendere il diritto e la correttezza delle procedure.

Sentire parlare di «omertà svizzera» o di «Paese che insabbia» è uno schiaffo che si aggiunge al dramma. Sono formule che dimostrano, da parte di chi le pronuncia, una tavolozza di sentimenti che vanno dall’ignoranza politica alla volontà di mentire, fino al gusto morboso per la polemica. Fortunatamente questa deriva – lo spero, salvo magari alcune eccezioni – non ha contagiato i media svizzeri, che dimostrano decoro, tatto verso le persone toccate e volontà di attenersi ai fatti, per spiegarli.

Anche in politica, il dibattito è tutt’altro che addormentato: stiamo discutendo di controlli mancati, procedure lacunose, catene decisionali smagliate. Qualcuno contesta apertamente anche le modalità con cui certe indagini vengono condotte. Lo spirito critico svizzero è acceso, nel rispetto delle vittime ma senza il bisogno malato di cercare un capro espiatorio.

Il punto è proprio questo: il sensazionalismo non ci aiuta né a elaborare il lutto né a cercare la Verità (quella con la V maiuscola). Le altre verità, quelle immediate, quelle narrate in prima serata, con il qualunquismo travestito da indignazione, non c’entrano nulla con la trasparenza che dobbiamo alle vittime e alle loro famiglie.

Nei commenti e nei titoli di alcuni media italiani (ma non solo) abbiamo sentito, forte, il desiderio di rivalsa: l’occasione perfetta per processare un Paese percepito come fortunato, con la leggerezza subdola di chi confonde il dovere di cronaca con il diritto alla caricatura. È inquietante che questi scivoloni non siano rimasti confinati al teatrino mediatico, contagiando perfino cariche istituzionali.

Eleganza e rispetto impongono di non replicare elencando le tragedie avvenute su suolo italiano: per quanto facile, sarebbe indegno. Le vittime non sono munizioni retoriche. Quel che chiedo, piuttosto, è un esame di coscienza: ogni commentatore (sui media tradizionali e sui social) si chieda se sta davvero onorando chi non c’è più, oppure se è all’inseguimento di una fetta di attenzione, cavalcando il dolore e spettacolarizzando la disperazione altrui.

In Svizzera – anche se sempre meno – esiste una sobrietà nel rapporto con la morte: la consapevolezza che la dignità viene prima della curiosità e della cronaca intesa come sequel. Fedeli a questo principio, difendiamo un giornalismo con la G maiuscola che richiede rigore, pazienza, competenza e misura. Un giornalismo che distingue i fatti dalle congetture, protegge i familiari, verifica, contestualizza, corregge. Senza risse e senza gogne pubbliche. Senza rese dei conti tra Paesi, senza gongolare quando «cade un mito».

Quel che ci serve è un giornalismo che sa farsi scomodo con chiunque, senza perdere umanità e senza il bisogno di ricorrere a colpi bassi. Perché criticare è doveroso – anche duramente – ma per farlo non bisogna infangare una bandiera, generalizzare, trasformare un dramma nell’occasione per mandare al macero princìpi cardine della Svizzera come la responsabilità individuale e il federalismo.

La Svizzera – come ogni Paese confrontato con un trauma collettivo – non ha bisogno di lezioni in prima serata. Ha bisogno di verità accertate, di responsabilità chiare, di sanzioni e, poi, di regole migliori decise in modo democratico. E ha bisogno, oggi più che mai, di rispetto: per le vittime, per i sopravvissuti, per un dolore che non appartiene a nessuna bandiera, ma a tutti noi.