Crisi del vino, ascesa del salutismo
09 dicembre 2025
«Possa tu vivere tempi interessanti», dice la vecchia maledizione cinese. E i nostri lo sono: stiamo assistendo al ritorno di un puritanesimo salutista.
Dopo Tabacco, era scritto che prima o poi la censura avrebbe preso di mira Bacco. Negli ultimi mesi vino e alcol sono il bersaglio di una nuova offensiva: il rigorismo salutista ripete che «non esiste una quantità priva di rischi» e che, in pratica, solo l’astinenza è davvero virtuosa.
Come in molti altri casi, un’osservazione scientifica è stata assolutizzata. È la logica classica del proibizionismo: ciò che non è totalmente sicuro va scoraggiato, stigmatizzato e, quando il martellamento non basta, vietato. Il problema non sparisce, si sposta nell’ombra – e con lui si erode la credibilità dello Stato.
È un’amarissima ironia che questo irrigidimento arrivi proprio mentre il vino svizzero vive una crisi pesante. Intervistato da laRegione, Damien Cottier, presidente di VignobleSuisse, parla di una situazione «molto complicata», tra calo dei consumi e concorrenza straniera a prezzi stracciati; Davide Cadenazzi, presidente di Federviti, con meno diplomazia denuncia una vera e propria «campagna di terrorismo» contro il vino. Un settore che è paesaggio economico e culturale del Paese si ritrova stretto tra mercato globale e nuovo moralismo sanitario, con messaggi pubblici che non distinguono più tra abuso cronico e bicchiere consapevole.
Non è solo una questione economica. In gioco ci sono una cultura e, alla fine, la nostra libertà. Il vino – come la birra artigianale, i distillati locali, i prodotti della tradizione – è un pezzo di identità: territorio, lavoro, convivialità. Un calice condiviso a tavola è un gesto sociale, non un atto di autolesionismo. Ridurre tutto alla molecola di etanolo significa ignorare la dimensione simbolica e relazionale del bere.
Ogni tanto sembra davvero di scivolare dentro quei film in cui tutti sono spinti a vivere in modo omologato, in un regime salutista che decide al posto nostro cosa è accettabile e cosa no. Oggi tocca al vino, domani alla carne, dopodomani al dolce della domenica. È una deriva in cui il cittadino adulto viene trattato come un minore da (ri)educare, non come una persona responsabile da informare.
A scanso di equivoci: riconoscere i rischi dell’alcol è doveroso. L’abuso distrugge famiglie, carriere, salute; la protezione dei giovani e delle persone vulnerabili è una priorità. Ma tra minimizzazione complice e proibizionismo di ritorno esiste una terza via: informazione onesta, prevenzione mirata, regole severe contro i comportamenti davvero pericolosi (guida in stato di ebbrezza, violenza, dipendenze), senza criminalizzare il calice serale di chi vive in modo equilibrato.
La domanda politica è semplice: vogliamo uno Stato che dica la verità sui rischi o uno Stato che impone lo stile di vita «giusto»? Difendere una cultura del vino moderata e consapevole non significa negare la scienza, ma rifiutare un salutismo totalizzante travestito da empirismo, che finisce per calpestare libertà personali e la ricchezza culturale che c’è dentro un bicchiere fatto bene.